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69 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Ebola nella Repubblica Democratica del Congo orientale, soprattutto nelle province di Ituri e Nord Kivu.

    Molti abitanti spiegano che oltre al virus devono affrontare anche la disinformazione: alcune persone non credono nemmeno che l’Ebola esista e ignorano le misure di sicurezza. Attualmente, sono stati identificati circa 900 casi con almeno 200 morti collegati all’epidemia. Il virus, inizialmente diffuso in zone rurali, è arrivato anche nelle città di Bunia e Goma. Cinque casi confermati anche nella vicina Uganda. La situazione è peggiorata da tensioni sociali e violenze: parenti di una vittima hanno cercato di portare via il corpo dall’ospedale e dei manifestanti hanno incendiato parte di un centro di cura. Le autorità hanno quindi vietato grandi assembramenti e veglie funebri, perché i funerali tradizionali possono diffondere rapidamente il virus. Gli operatori sanitari spiegano che la risposta è molto difficile a causa della povertà, dei conflitti armati, degli sfollati e della mancanza di risorse mediche. Inoltre, il ceppo attuale del virus non ha ancora un vaccino o una cura approvati. OSNM temono anche che la popolazione smetta di andare negli ospedali per paura del contagio, aumentando così i rischi di morte per altre malattie come malaria e morbillo. Insistiamo sulla prevenzione: evitare contatti fisici inutili, non toccare persone malate o animali morti e seguire le norme igieniche per fermare la diffusione dell’Ebola.

  • Intervista a Claudio Scatola, coordinatore medico di Operatori Sanitari nel Mondo, sull’emergenza Ebola in Congo

    Secondo lei, quanto è grave la situazione attuale in Congo? La situazione è molto seria. L’Ebola continua a rappresentare una delle emergenze sanitarie più difficili da gestire in Africa centrale, soprattutto nelle aree dove il sistema sanitario è fragile. In queste settimane stiamo assistendo a un aumento dei casi sospetti e confermati, con grandi difficoltà nel contenimento dell’epidemia. Qual è la principale preoccupazione per gli operatori sanitari sul campo? La rapidità del contagio nelle comunità più isolate. Molti villaggi hanno accesso limitato alle cure mediche e questo rende complicato individuare i casi in tempo. Inoltre, il personale sanitario lavora spesso in condizioni estremamente difficili, con carenza di strutture, farmaci e dispositivi di protezione. Lei lavora da tanti anni in Africa. Cos’è la cosa che le fa più paura, a parte guerre, gruppi armati e situazioni di instabilità? Proprio questa: l’Ebola. È l’unica cosa che ancora oggi mi fa davvero paura. Perché è un nemico invisibile, imprevedibile, che colpisce velocemente e mette a rischio non solo i pazienti ma anche chi cerca di salvarli. Quando lavori ogni giorno accanto alle persone contagiate, capisci quanto questa malattia possa essere devastante sul piano umano e sanitario. L’Ebola fa ancora paura come durante le grandi epidemie del passato? Assolutamente sì. È una malattia con un alto tasso di mortalità e richiede interventi immediati. Oggi abbiamo più esperienza rispetto al passato, ma ogni focolaio è diverso. In Congo il problema è aggravato anche dall’instabilità politica e dalle difficoltà logistiche. Esiste il rischio che il virus arrivi in Europa? Al momento il rischio per l’Europa resta bassissimo . I sistemi di sorveglianza internazionale funzionano e i controlli sanitari sono molto più avanzati rispetto al passato. Tuttavia, è fondamentale monitorare costantemente la situazione e sostenere i Paesi colpiti prima che l’epidemia possa espandersi ulteriormente. Qual è il lavoro concreto di Operatori Sanitari nel Mondo in Congo? La nostra organizzazione supporta il personale locale, fornisce assistenza medica, formazione sanitaria e attività di prevenzione nelle comunità più vulnerabili. Una parte fondamentale del lavoro è anche sensibilizzare la popolazione sui comportamenti da adottare per limitare il contagio. Inoltre, i nostri operatori sanitari presenti in Italia stanno inviando il maggior quantitativo possibile di materiale medico e dispositivi di protezione per aiutare ad affrontare questa emergenza. È uno sforzo continuo di collaborazione e solidarietà internazionale che coinvolge tutto il nostro personale. Cosa serve oggi per fermare davvero questa epidemia? Servono risorse, cooperazione internazionale e continuità negli aiuti. Le epidemie non si fermano solo con i farmaci: servono fiducia nelle istituzioni, informazione corretta e presenza costante sul territorio. È una battaglia sanitaria ma anche sociale e umana. Cosa pensa quando sente parlare dell’Ebola da parte di medici italiani che non hanno mai lavorato direttamente in queste aree? Credo che molti possano parlare basandosi su ciò che hanno studiato o letto nei libri, ed è importante anche quello. Ma conoscere davvero l’Ebola è un’altra cosa. Bisogna vivere il campo, stare accanto ai pazienti giorno e notte, vedere la sofferenza, affrontare la paura e lavorare nelle condizioni reali in cui questa malattia colpisce. Solo così si comprende fino in fondo cosa significhi combattere un’epidemia come questa. A mio modesto parere, una delle poche persone davvero in grado di spiegare cosa sia realmente l’Ebola è il dottor Roberto Scaini, una figura che ho sempre stimato e apprezzato profondamente per la sua esperienza e il lavoro svolto sul campo. Che messaggio vuole lanciare alla comunità internazionale? Non dobbiamo aspettare che un’emergenza diventi globale per intervenire. Aiutare il Congo oggi significa proteggere milioni di persone e rafforzare la sicurezza sanitaria internazionale. La salute non ha confini.

  • Ebola in Ituri e Nord Kivu: situazione sempre più grave, cresce la preoccupazione anche a Goma

    Le ultime notizie provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo destano forte preoccupazione: almeno 118 persone sono morte su 435 casi sospetti di malattia da virus Ebola registrati nelle province di Ituri e Nord Kivu negli ultimi giorni. Una situazione sanitaria che continua ad aggravarsi e che richiede massima attenzione da parte delle autorità locali e della comunità internazionale. Purtroppo il virus Ebola è entrato anche nella città di Goma, centro strategico e densamente popolato, aumentando il rischio di diffusione dell’epidemia in tutta la regione. Secondo il mio modesto parere, il sistema di sorveglianza sanitaria non ha dato i risultati sperati e sta mostrando importanti difficoltà nel contenimento dell’emergenza. "È necessario rafforzare immediatamente il monitoraggio epidemiologico, l’isolamento dei casi sospetti, la tracciabilità dei contatti e il supporto alle strutture sanitarie presenti sul territorio. È fondamentale inoltre che i funerali delle vittime vengano gestiti esclusivamente da personale competente e specializzato, sotto stretto controllo sanitario, evitando i tradizionali rituali funebri che purtroppo possono favorire ulteriormente la diffusione del virus. Ebola, infatti, può continuare a essere contagioso anche dopo la morte della persona infetta, rappresentando un grave rischio per familiari e comunità." Parlo da operatore impegnato direttamente in queste aree da circa sei anni, vivendo quotidianamente le difficoltà delle popolazioni locali e degli operatori sanitari che lavorano senza sosta in condizioni estremamente complicate. Serve un intervento rapido, concreto e coordinato per evitare che la situazione possa ulteriormente degenerare. Claudio Scatola coordinatore medico OSNM

  • Nuova emergenza Ebola in Ituri: il Congo torna a tremare

    Mentre il mondo guarda altrove, nella provincia dell’Ituri, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, è stata confermata una nuova epidemia di Ebola. Attualmente i casi sospetti sono già centinaia e decine di persone hanno perso la vita. (Circa 250 positivi con piu' di 60 morti) Le aree più colpite sono Mongwalu, Rwampara e alcune zone vicine a Bunia, territori fragili, difficili da raggiungere e già devastati da conflitti, povertà e mancanza di strutture sanitarie adeguate. Per chi vive qui, Ebola non è solo una malattia. È paura. È isolamento. È famiglie distrutte. È bambini che restano soli. È operatori sanitari costretti a lavorare senza mezzi sufficienti. E mentre l’attenzione internazionale spesso arriva tardi, sul territorio le persone continuano a lottare ogni giorno per sopravvivere. Negli ultimi giorni i costi di tutto sono aumentati drasticamente: il cibo terapeutico è sempre più difficile da reperire, molti prodotti vengono acquistati al mercato nero, i trasporti sono diventati costosissimi, e raggiungere i villaggi significa affrontare rischi enormi. Solo per muoverci con una jeep servono circa 40 euro al giorno, senza contare carburante medicinali, alimenti terapeutici e materiali sanitari. Chi lavora sul campo sa bene cosa significa: ogni intervento costa fatica, tempo e risorse. Ma fermarsi oggi significherebbe lasciare sole migliaia di persone. Per questo continuiamo ad andare avanti. Abbiamo bisogno di sostegno, attenzione e vicinanza. Non solo per affrontare l’emergenza di oggi, ma per costruire qualcosa di più stabile anche per il futuro delle organizzazioni che operano sul territorio. Perché aiutare non significa solo intervenire quando scoppia una crisi. Significa creare strumenti che permettano di continuare a esserci anche domani. L’Africa non può essere ricordata solo durante le emergenze. Ebola è tornata. E questa volta non possiamo permetterci di ignorarlo

  • Intervista a Therese' Radaelli coordinatrice e responsabile dei progetti in AFRICA

    Da quanti anni lavorate nell’est del Congo? Lavoriamo nell’est del Congo da circa cinque anni, in un contesto estremamente complesso dal punto di vista sanitario e umanitario. In quali province o comunità siete presenti attualmente? Siamo presenti principalmente nelle province del Nord Kivu e del Sud Kivu, collaborando con ospedali, centri sanitari e comunità locali. Quali sono i principali problemi sanitari e umanitari che affrontate ogni giorno? Le emergenze principali sono la malnutrizione, i conflitti armati che generano insicurezza e sfollamenti, la carenza di farmaci e il difficile accesso alle cure mediche. Quali categorie di persone hanno più bisogno di assistenza? I più vulnerabili sono soprattutto bambini e donne, in particolare madri e minori colpiti da malnutrizione, povertà e conseguenze del conflitto. Qual è l’impatto del conflitto sulla salute e sulla vita quotidiana della popolazione? Il conflitto limita fortemente l’accesso agli ospedali e ai farmaci, rende difficile reperire cibo e costringe molte famiglie a vivere in condizioni estremamente precarie. Quali difficoltà incontrate nel mantenere operative cliniche, ospedali e centri medici nelle zone più isolate? Le difficoltà principali riguardano la sicurezza e l’accessibilità: molte aree sono difficili da raggiungere a causa delle condizioni delle strade e della presenza di gruppi armati. A che livello è oggi la sostenibilità delle strutture sanitarie dove operate? Molte strutture sopravvivono con enormi difficoltà economiche. Spesso mancano i fondi necessari per garantire manutenzione, personale e continuità dei servizi. Quali sono oggi le vostre necessità più urgenti? Abbiamo bisogno cibo terapeutico per la malnutrizione pronto all'uso di farmaci di base, medicinali per malattie croniche come il diabete, antidolorifici, attrezzature mediche e fondi per sostenere il personale sanitario locale. Perché secondo voi è difficile trovare finanziamenti per progetti umanitari nell’est del Congo? La crisi economica globale e altre guerre attirano gran parte dell’attenzione internazionale. Inoltre, il Congo rimane spesso poco raccontato dai media e questo riduce la sensibilità dell’opinione pubblica. In che modo la mancanza di fondi limita concretamente il vostro lavoro sul campo? Senza finanziamenti è impossibile garantire continuità agli aiuti: meno farmaci, meno personale, meno interventi salvavita. Che problemi incontrate con la dogana quando spedite medicinali e aiuti umanitari? I costi di importazione sono molto elevati e la corruzione rappresenta ancora un ostacolo concreto. Quanto incidono ritardi burocratici e costi di importazione sulla possibilità di salvare vite? Incidono moltissimo. Ritardi e blocchi burocratici possono compromettere interventi urgenti e mettere a rischio vite umane. La corruzione locale rappresenta ancora un ostacolo importante? In che modo? Sì. In alcuni casi gli aiuti o i materiali possono essere sequestrati o bloccati, rallentando il lavoro umanitario. Quali rischi affrontano quotidianamente i vostri operatori sanitari e volontari? I principali rischi riguardano la sicurezza personale, soprattutto nelle aree colpite dai combattimenti o difficili da raggiungere. Come collaborate con le comunità locali per garantire cure durature? Lavoriamo attraverso piccoli ospedali e centri sanitari decentrati, formando personale locale e raggiungendo direttamente le comunità più isolate. Quali risultati concreti avete ottenuto negli ultimi anni? Abbiamo contribuito ad aumentare il numero di bambini usciti dalla malnutrizione acuta e migliorato l’accesso alle cure in diverse comunità vulnerabili. Quali sono le emergenze sanitarie più frequenti nella regione? Le emergenze più frequenti sono i traumi legati alla guerra, la malnutrizione e le epidemie. Quanto è difficile raggiungere i villaggi più isolati? È molto difficile, sia per le condizioni delle strade sia per i problemi di sicurezza. Cosa succederebbe alla popolazione locale se questi progetti umanitari venissero interrotti? La situazione, già estremamente fragile, peggiorerebbe rapidamente, lasciando migliaia di persone senza cure e assistenza. In che modo aziende, fondazioni e donatori internazionali possono contribuire concretamente? È fondamentale aumentare i bandi e rendere accessibili i finanziamenti anche alle piccole ONG, che spesso svolgono un lavoro essenziale sul territorio. Qual è il messaggio che volete lanciare a chi potrebbe decidere di sostenervi? Chiediamo di non dimenticare le persone che vivono in condizioni di estrema difficoltà. Anche un piccolo aiuto può fare la differenza e salvare vite umane. Therese' Radaelli coordinatrice e responsabile dei progetti in AFRICA

  • Emergenza sanitaria a Cuba a parlare e Yeny Brizuelas responsabile dei Progetti Cuba

    Da quanto tempo operate a Cuba e in quali zone siete presenti? Operiamo a Cuba dallo scorso novembre. Attualmente siamo presenti in modo stabile a Camagüey, Isla de la Juventud e L'Avana, ma le nostre missioni umanitarie e le donazioni hanno raggiunto anche le province di Matanzas, Holguín, Santiago de Cuba, Pinar del Río e Granma. Qual è oggi la situazione sanitaria più grave che avete trovato sull’isola? La situazione sanitaria è estremamente critica. Il Paese sta affrontando una gravissima carenza di medicinali e forniture mediche. Le farmacie dispongono di meno del 25% dei farmaci necessari alla popolazione e anche gli ospedali lavorano con risorse ridotte al minimo. In molte strutture mancano materiali basilari indispensabili per le cure quotidiane. Quanti volontari sono attualmente impegnati nelle vostre missioni umanitarie? Attualmente sono impegnati 12 volontari. Che tipo di personale partecipa alle missioni? Le missioni coinvolgono figure professionali e volontari provenienti da diversi ambiti: Medici, Infermieri, Tecnici sanitari, Giornalisti, Studenti di medicina Volontari delle comunità locali presenti nelle diverse province del Paese Quali ospedali o strutture sanitarie state supportando in questo momento? A L’Avana Ospedale Manuel Fajardo Istituto di Cardiologia e Chirurgia Cardiovascolare Istituto di Oncologia Ospedale Gineco-Ostetrico Ramón González Coro Proyecto Luz de Vida A Isla de la Juventud Ospedale Héroes del Baire A Camagüey Ospedale Pediatrico Eduardo Agramonte Piña Ospedale Generale Docente Martín Chang Puga Quali materiali o farmaci inviate con maggiore urgenza? La richiesta riguarda praticamente ogni tipo di materiale sanitario. Tra i beni più urgenti ci sono: Antibiotici,Farmaci oncologici,Materiale chirurgico,Dispositivi sterili,Farmaci pediatrici,Medicinali per ipertensione, colesterolo, diabete ed epilessia Farmaci per patologie endocrine Antinfiammatori,Cateteri Foley,Sonde di aspirazione......... In generale, tutto ciò che può essere utile negli ospedali e nelle comunità viene considerato essenziale. Quali sono oggi le principali carenze negli ospedali cubani? Le carenze riguardano praticamente tutto: farmaci, strumenti medici, dispositivi sterili, materiali per gli interventi chirurgici, carburante, energia elettrica e perfino prodotti basilari per l’igiene e la sanificazione. Quanto incidono i blackout sulla vita ospedaliera e sul lavoro dei medici? I blackout hanno un impatto devastante sul sistema sanitario. Le interruzioni di corrente compromettono il funzionamento di apparecchiature fondamentali come incubatrici, macchine per la dialisi, apparecchi per radiografie e strumenti utilizzati nei trattamenti oncologici. Anche le ambulanze risentono della crisi energetica dovuta alla carenza di carburante. Negli ultimi mesi migliaia di interventi chirurgici sono stati rinviati e le liste d’attesa sono aumentate drasticamente, coinvolgendo anche molti bambini. Qual è la situazione dei bambini e dei pazienti più fragili? La difficoltà di accesso ai medicinali rende estremamente complicato garantire cure adeguate ai pazienti più vulnerabili. Bambini, donne in gravidanza, malati cronici e pazienti oncologici vivono una situazione molto delicata, aggravata dalla carenza di farmaci, energia elettrica e attrezzature mediche. Quanto stanno pesando le sanzioni economiche sulla crisi sanitaria e umanitaria di Cuba? L’impatto delle sanzioni economiche è molto pesante. L’embargo statunitense, in vigore dal 1962, limita il commercio, le transazioni finanziarie e l’accesso a tecnologie e medicinali. Cuba non può acquistare direttamente molti prodotti che contengano componenti statunitensi, nemmeno quando vengono fabbricati in altri Paesi. Durante la pandemia di COVID-19, ad esempio, Cuba ha avuto enormi difficoltà nell’acquistare ventilatori polmonari. Alcune aziende europee produttrici di respiratori interruppero le forniture dopo essere state acquisite da una società statunitense. Per far fronte all’emergenza, il Paese dovette sviluppare e produrre internamente ventilatori di emergenza e recuperare apparecchiature ormai fuori uso. Negli ultimi mesi la situazione è ulteriormente peggiorata a causa delle restrizioni sulle forniture di petrolio e delle sanzioni contro aziende e Paesi che mantengono rapporti commerciali con Cuba. La carenza di carburante ha colpito direttamente ospedali, ambulanze e trasporti sanitari. Le conseguenze sono gravi: Migliaia di interventi chirurgici rinviati Aumento delle liste d’attesa Difficoltà nell’utilizzo di apparecchiature mediche essenziali Carenza di farmaci, guanti, siringhe e ossigeno Peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie Crescente difficoltà nell’assistenza a bambini, donne incinte e pazienti cronici Purtroppo, il sistema sanitario cubano sta vivendo una delle crisi più difficili degli ultimi decenni. “Dietro la straordinaria resilienza del popolo cubano, restano gravi difficoltà quotidiane: la carenza di medicinali, le interruzioni nei servizi sanitari e la mancanza di risorse continuano a mettere a rischio la salute di migliaia di persone sull’isola.” Yeny Brizuelas responsabile progetti Cuba

  • RDC "KIVU" Sistema sanitario a collasso

    Sud Kivu, sistema sanitario al collasso: a rischio migliaia di bambini malnutriti La crisi umanitaria nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo continua ad aggravarsi. Nella provincia del Sud Kivu, l’accesso alle cure mediche e agli aiuti nutrizionali è sempre più difficile a causa dell’insicurezza, della carenza di fondi internazionali e delle enormi difficoltà logistiche che colpiscono il territorio. A lanciare l’allarme è Operatori Sanitari nel Mondo, organizzazione impegnata da anni nel supporto sanitario alle popolazioni più vulnerabili della regione. Secondo l’Ong, la situazione sta diventando drammatica soprattutto per i bambini affetti da malnutrizione acuta, che rischiano di non ricevere più cure e alimenti terapeutici salvavita. Emergenza malnutrizione infantile Negli ultimi mesi, la riduzione dei finanziamenti destinati ai programmi sanitari e nutrizionali ha provocato pesanti conseguenze nei centri di assistenza del Sud Kivu. Le strutture sanitarie faticano a garantire medicinali essenziali, vaccini e alimenti terapeutici per i bambini malnutriti. Il problema principale riguarda il trasporto degli aiuti umanitari. In molte aree rurali le strade sono impraticabili o considerate insicure a causa dei continui scontri armati. Questo rende estremamente difficile raggiungere i villaggi più isolati con cibo, farmaci e materiale medico. “Stiamo vivendo enormi difficoltà operative”, spiega Claudio Scatola e Michael Shemitere di Operatori Sanitari nel Mondo. “ Senza finanziamenti adeguati diventa impossibile trasportare gli aiuti e garantire continuità ai programmi nutrizionali. Il rischio concreto è che molti bambini possano morire semplicemente perché non riescono a ricevere cibo terapeutico in tempo”. Ospedali sovraffollati e mancanza di cure Nelle principali strutture sanitarie della provincia, sopratutto nell'Ospedale Philadelfia di Bukavu il numero di pazienti continua ad aumentare mentre diminuiscono le risorse disponibili. Gli ospedali lavorano oltre le proprie capacità, con reparti maternità e pediatrici sovraffollati e personale insufficiente. A soffrire maggiormente sono donne incinte, neonati e bambini piccoli. In molte zone le famiglie non riescono più a sostenere i costi delle cure mediche e rinunciano a recarsi negli ospedali. Alcuni bambini arrivano nei centri sanitari in condizioni gravissime dopo giorni di viaggio. Anche le campagne vaccinali stanno subendo forti rallentamenti. La carenza di medicinali e le difficoltà nei trasporti stanno compromettendo la risposta alle epidemie di morbillo e colera che colpiscono diverse aree del Sud Kivu. Il peso della crisi economica e dei tagli internazionali Secondo Operatori Sanitari nel Mondo, il progressivo ritiro di partner italiani e la sospensione di diversi programmi di sostegno sanitario stanno mettendo in ginocchio il sistema sanitario locale. Molti centri di salute non ricevono più forniture regolari di medicinali né supporto economico per il personale. In alcune strutture mancano persino carburante e mezzi per il trasporto delle emergenze mediche e degli aiuti alimentari. La combinazione tra conflitto, povertà estrema e riduzione dei fondi umanitari rischia ora di trasformarsi in una vera catastrofe sanitaria. L’appello di Operatori Sanitari nel Mondo Di fronte al peggioramento della situazione, Operatori Sanitari nel Mondo chiede un intervento urgente della comunità internazionale per garantire nuovi finanziamenti ai programmi sanitari e nutrizionali nel Sud Kivu. L’organizzazione sottolinea che senza un sostegno immediato sarà impossibile assicurare cure mediche, alimenti terapeutici e assistenza ai bambini più vulnerabili. “Ogni giorno vediamo famiglie che non hanno nulla da mangiare e bambini che arrivano troppo tardi nei nostri centri”, spiegano gli operatori sul campo. “Senza aiuti concreti il numero delle vittime continuerà ad aumentare”.

  • Presentazione del libro Destini Interrotti "storie di minori stranieri non accompagnati"

    Sabato 13 ore 18:30 presso la ONG Operatori Sanitari nel Mondo Via Matilde Serao N° 10 Castel Volturno (CE) Italia Il testo DESTINI INTERROTTI di Marika Bile ce' un racconto che cammina sul confine tra cio' che ancora resiste. Parla di strade lasciate a meta', di infanzie spezzate Il libro affronta il tema dei minori stranieri non accompagnati raccontando le loro storie,i loro percorsi e le difficolta' che incontrano arrivando in un paese nuovo, diverso da quello nato. Al centro ci sono vite reali, esperienze giganti rispetto l'eta' dei minorenni che le vivono.

  • Sudan: la guerra dimenticata e l’impegno che non si ferma di Operatori Sanitari nel Mondo

    Nel silenzio quasi totale dei media internazionali, il Sudan continua a essere teatro di una delle crisi umanitarie più gravi degli ultimi anni. Da oltre tre anni, il conflitto ha devastato il Paese, lasciando dietro di sé distruzione, sfollamento e un sistema sanitario al collasso. In questo scenario drammatico, segnato da malnutrizione diffusa, epidemie di morbillo, colera e numerose altre malattie, c’è chi ha scelto di non andarsene. L’ONG Operatori Sanitari nel Mondo continua a operare sul territorio, portando assistenza sanitaria dove spesso non esiste più nulla. Gli ospedali sono stati distrutti o abbandonati, i farmaci scarseggiano e l’accesso alle cure è diventato estremamente limitato. Le condizioni igienico-sanitarie sono sempre più precarie, favorendo la diffusione di epidemie che colpiscono soprattutto i più vulnerabili: bambini, donne e anziani. La malnutrizione, ormai endemica in molte aree, aggrava ulteriormente la situazione, rendendo le persone più esposte alle malattie. Nonostante tutto questo, Operatori Sanitari nel Mondo continua il proprio lavoro senza interruzioni. Dopo tre anni di guerra, mentre molte organizzazioni internazionali sono state costrette a lasciare il territorio per motivi di sicurezza o per mancanza di risorse, l’impegno dell’ONG non si è fermato. I suoi operatori sanitari continuano ogni giorno a curare, vaccinare, assistere e sostenere la popolazione locale, spesso in condizioni estreme e con mezzi limitati. Restare in Sudan oggi significa affrontare rischi concreti, lavorare senza garanzie di sicurezza e operare in un contesto in cui ogni intervento richiede uno sforzo straordinario. Ma significa anche non abbandonare una popolazione che ha ancora un disperato bisogno di aiuto. “Noi continuiamo a lavorare” non è solo uno slogan: è una scelta precisa, un impegno etico e umano che guida ogni azione dell’ONG. È la volontà di esserci, anche quando tutto spinge ad andare via. È la determinazione a garantire cure e dignità a chi è stato dimenticato. La crisi in Sudan non può e non deve restare invisibile. Serve attenzione, serve sostegno, serve che la comunità internazionale torni a guardare a questa emergenza con la serietà che merita. Nel frattempo, sul campo, Operatori Sanitari nel Mondo continua a fare ciò che è più importante: salvare vite. In silenzio, lontano dai riflettori, ma con una forza che non si arrende.

  • Io voglio essere molto chiaro: sono CONTRARIO

    Quando sento parlare di 43 milioni di euro per costruire un #CPR a #CastelVolturno, mi chiedo seriamente se questa sia davvero la priorità. Stiamo parlando di una cifra enorme destinata a un centro di detenzione temporanea per persone che non hanno commesso reati, ma che si trovano in una condizione amministrativa. Se davvero si vuole aprire una struttura del genere, perché non utilizzare beni già esistenti, come quelli confiscati alla criminalità organizzata? Sarebbe una scelta più sensata, meno costosa e soprattutto più coerente con l’idea di restituire quei patrimoni alla collettività, invece di continuare a costruire nuove strutture da zero. Parlo anche per la mia esperienza diretta: lavoro con l’organizzazione “Operatori Sanitari nel Mondo” e ogni giorno sono a contatto con situazioni di grande difficoltà. Vedo #famiglie che non riescono a #mangiare, persone che faticano ad accedere alle #cure, contesti segnati da degrado e carenze strutturali. A Castel Volturno problemi come #acqua, #elettricità e gestione dei rifiuti sono emergenze quotidiane, e nei mesi estivi diventano ancora più gravi. Io voglio essere molto chiaro: sono CONTRARIO a questo tipo di approccio. Per me le priorità sono altre. Le risorse pubbliche dovrebbero andare verso l’#integrazione, il rafforzamento dei servizi essenziali e lo sviluppo #sociale, per dare risposte concrete ai bisogni reali delle persone. PER ME È INACCETTABILE RINCHIUDERE UNA PERSONA CHE NON HA COMMESSO REATI. Intervista a Claudio Scatola Coordinatore Medico OSNM

  • Perché la SALUTE e un DIRITTO non un privilegio

    Operatori Sanitari nel Mondo, desidera esprimere la nostra più sincera gratitudine all’associazione Un Farmaco per Tutti per il sostegno concreto e continuo che ci ha offerto. Il nostro lavoro si sviluppa ogni giorno in contesti complessi e spesso segnati da emergenze sanitarie, sia in Italia, in particolare presso il nostro ambulatorio di Castel Volturno sia in diversi Paesi del mondo, tra cui Congo, Nigeria, Sudan, Cuba, Tanzania, Senegal e non solo. Interveniamo ovunque vi sia bisogno, con l’obiettivo di garantire cure mediche a chi non ha accesso ai servizi sanitari. In questo impegno quotidiano, il contributo di Un Farmaco per Tutti (NAPOLI)è stato determinante. Grazie alla loro generosa donazione di farmaci, siamo riusciti ad ampliare in modo significativo la nostra capacità di intervento: negli ultimi periodi, le cure erogate hanno registrato un incremento del 50%. Questo risultato non rappresenta solo un dato numerico, ma si traduce in vite salvate, sofferenze alleviate e speranze restituite. Ogni confezione di medicinale ricevuta è diventata un gesto concreto di solidarietà, capace di attraversare confini geografici e culturali. Il loro supporto ci ha permesso di rispondere con maggiore efficacia alle emergenze e di garantire continuità assistenziale nei territori più fragili. Siamo profondamente consapevoli che senza questo aiuto non avremmo potuto raggiungere risultati così importanti. Per questo, il nostro ringraziamento va oltre le parole: è un riconoscimento autentico del valore umano e sociale del loro impegno. Con gratitudine, Operatori Sanitari nel Mondo

  • COMUNICATO STAMPA

    COMUNICATO STAMPA Castel Volturno: 43 milioni per un CPR mentre il territorio è al collasso. La denuncia di Claudio Scatola, Presidente della ONG Operatori Sanitari nel Mondo A Castel Volturno, in provincia di Caserta, è prevista l’apertura di un nuovo Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), con un investimento pubblico di circa 43 milioni di euro. Una scelta che sta generando indignazione e forti polemiche sul territorio. A intervenire con fermezza è Claudio Scatola, Presidente di Operatori Sanitari nel Mondo, organizzazione impegnata quotidianamente nelle aree più fragili della città. “Questa decisione è uno schiaffo alla realtà che viviamo ogni giorno”, dichiara Scatola. “Assistiamo migliaia di famiglie che non riescono a mangiare, garantiamo supporto sanitario in contesti segnati da degrado, carenze strutturali, emergenze continue legate ad acqua, elettricità e gestione dei rifiuti, soprattutto nei mesi estivi.” Secondo l’organizzazione, Castel Volturno non può essere raccontata solo attraverso una minima parte riqualificata: la maggioranza del territorio vive in condizioni critiche, ignorate da chi oggi decide di destinare milioni di euro a una struttura ritenuta inutile e dannosa rispetto alle vere priorità. “Questo CPR non è una risposta, è un errore grave”, prosegue Scatola. “Si continua a investire in contenimento e detenzione invece che in integrazione, servizi essenziali e sviluppo sociale. È una scelta miope del Governo italiano, distante anni luce dai bisogni reali delle persone.” Al centro della denuncia vi è anche la gestione fallimentare del fenomeno migratorio: iter burocratici interminabili per ottenere documenti, assenza di politiche concrete per l’inserimento lavorativo e totale mancanza di visione. “Così si alimenta solo irregolarità, marginalità e tensione sociale”, aggiunge. Operatori Sanitari nel Mondo lancia quindi un appello deciso: fermare l’apertura del CPR e destinare le risorse a interventi strutturali per migliorare le condizioni di vita della popolazione locale. “Non servono nuove gabbie, servono risposte. Servono dignità, servizi, diritti.” Il caso riapre con forza il dibattito nazionale sull’utilizzo delle risorse pubbliche: continuare a finanziare strutture di trattenimento o investire concretamente nelle comunità già in difficoltà. Ufficio Stampa Operatori Sanitari nel Mondo

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