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77 risultati trovati con una ricerca vuota

  • "Ci dicevano che stavamo esagerando. Oggi, purtroppo, i numeri parlano chiaro."

    Sono 5 anni che lanciamo lo stesso messaggio: le infezioni sessualmente trasmissibili stanno tornando a crescere. Oggi l'aumento dei casi di #HIV, #sifilide e di altre MTS dimostra che la prevenzione non può più essere rimandata. Il problema non è parlare di sesso. Il problema è non parlarne. Fare prevenzione significa informare, educare e combattere i pregiudizi. Significa spiegare che oggi abbiamo strumenti efficaci per proteggerci. Oltre al preservativo e ai test periodici, esiste la #PrEP (profilassi pre-esposizione): una semplice terapia preventiva che, se assunta correttamente e sotto controllo medico, riduce in modo molto elevato il rischio di contrarre l'HIV. Ma attenzione: la PrEP protegge dall'HIV, non dalla sifilide e dalle altre infezioni sessualmente trasmissibili. Per questo il preservativo e i controlli regolari restano fondamentali. La conoscenza salva la salute. Il silenzio, invece, favorisce la diffusione delle infezioni. Dopo 5 anni continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: #informare, #spiegare e promuovere la prevenzione. Perché parlare di salute sessuale significa prendersi cura delle persone.

  • La situazione nell’Est della Repubblica Democratica del Congo: una crisi umanitaria persistente

    L’Est della Repubblica Democratica del Congo rimane una delle regioni più instabili dell’Africa. Da diversi anni, le province del Sud-Kivu e del Nord-Kivu sono confrontate a conflitti armati che oppongono le forze armate congolesi a numerosi gruppi ribelli, in particolare il movimento M23, le ADF e varie milizie locali. Questa situazione provoca una grave crisi di sicurezza, umanitaria e sanitaria che colpisce milioni di civili. Una situazione di insicurezza molto preoccupante Dall’inizio del 2025, gli scontri tra le Forze Armate della RDC (FARDC) e l’AFC/M23 si sono intensificati attorno a città strategiche come Bukavu, Goma, Uvira, Masisi, Minova e Lubero. Gli scontri armati provocano: massacri di civili spostamenti massicci di popolazioni saccheggi e distruzione delle infrastrutture violenze sessuali utilizzate come arma di guerra reclutamento forzato di giovani e bambini soldato Alcune zone del Nord-Kivu e del Sud-Kivu restano sotto il controllo parziale di gruppi armati che sfruttano illegalmente risorse minerarie strategiche come il coltan, cobalto, oro ed altri minerali Una grave crisi umanitaria Le violenze hanno provocato una catastrofe umanitaria. Milioni di persone vivono oggi nei campi per sfollati attorno alla città di Goma, Beni, Bunia e Bukavu, mentre altri si trovano nel Burundi. Le condizioni di vita sono estremamente difficili: mancanza di acqua potabile insicurezza alimentare assenza di alloggi adeguati accesso limitato alle cure mediche chiusura di numerose scuole Le donne e i bambini sono le principali vittime di questa crisi. Segnaliamo un aumento preoccupante delle violenze sessuali traumi psicologici legati alla guerra. Una situazione sanitaria allarmante Il conflitto armato indebolisce fortemente il sistema sanitario Diversi centri medici sono stati distrutti o abbandonati a causa dell’insicurezza. Le popolazioni sfollate vivono spesso in condizioni che favoriscono la diffusione delle malattie. Tra le principali minacce sanitarie figurano: colera morbillo malaria malnutrizione acuta mpox (vaiolo delle scimmie) infezioni respiratorie e intestinali rischio ricorrente di epidemie di Ebola attualmente, si segnala anche un’epidemia di Ebola in alcune aree della regione Effetti della guerra sulla salute della popolazione 1. Distruzione delle strutture sanitarie Molti ospedali e centri sanitari sono distrutti, saccheggiati o abbandonati. Il personale medico fugge dalle zone di combattimento. 2. Diffusione delle malattie Gli spostamenti della popolazione favoriscono epidemie di colera, morbillo, malaria e altre infezioni. La mancanza di acqua potabile e di igiene aumenta i rischi sanitari. 3. Malnutrizione Le famiglie perdono campi e redditi. I bambini soffrono fortemente di malnutrizione acuta. 4. Traumi psicologici 5. Violenza sessuale L’Est della RDC è segnato da numerose violenze sessuali usate come arma di guerra, con gravi conseguenze fisiche e mentali. Effetti della guerra sulla povertà 1. Perdita delle attività economiche I mercati chiudono. Agricoltura e commercio vengono interrotti. 2. Spostamenti della popolazione Milioni di persone abbandonano i villaggi e vivono nei campi o senza risorse. 3. Disoccupazione e insicurezza I giovani hanno poche opportunità e alcuni si uniscono ai gruppi armati per sopravvivere. 4. Scarso accesso all’istruzione Le scuole chiudono durante i combattimenti. Molti bambini abbandonano gli studi. Legame tra salute, povertà e guerra Questi tre problemi si rafforzano reciprocamente: La guerra crea povertà. La povertà riduce l’accesso alle cure. La cattiva salute impedisce di lavorare e peggiora ulteriormente la povertà. Alcune possibili soluzioni Ritorno della sicurezza e della stabilità. Rafforzamento di ospedali e centri sanitari. Creazione di posti di lavoro per i giovani. Sostegno umanitario e alimentare. Accesso all’istruzione e all’acqua potabile. Giustizia contro i gruppi armati e le violenze. Le sfide per la pace La risoluzione della crisi nell’Est della RDC dipende da diversi fattori: rafforzamento della sicurezza disarmo dei gruppi armati cooperazione regionale tra la RDC e i paesi vicini lotta contro lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie miglioramento delle condizioni umanitarie e sanitarie Nonostante le iniziative diplomatiche in corso, i combattimenti continuano in diversi territori e la popolazione civile resta la principale vittima di questa guerra prolungata. Conclusione La guerra nell’Est della RDC rappresenta oggi una crisi multidimensionale che combina aspetti di sicurezza, economici, umanitari e sanitari. Le violenze persistenti aggravano la povertà, provocano lo sfollamento di milioni di persone e indeboliscono duramente il sistema sanitario. Una pace duratura richiederà non solo soluzioni militari e diplomatiche, ma anche un importante sostegno umanitario e una reale stabilità regionale. Ringraziamenti Un ringraziamento particolare va a Claudio Scatola coordinatore medico di Operatori Sanitari nel Mondo per il suo intervento rapido, efficace e concreto nella regione dell’Ituri, svolto con grande tempestività ma anche con risultati tangibili a sostegno delle popolazioni colpite. Dr. Kavugurha Barhasima D. Medy Presidente Operatori Sanitari nel Mondo- OSNM Congo-Ospedale di Panzi

  • Malattie Sessualmente Trasmissibili: un'emergenza silenziosa che non possiamo più ignorare

    Da anni, Operatori Sanitari nel Mondo, denunciamo una realtà che oggi sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti: l'aumento costante delle malattie sessualmente trasmissibili (MST), tra cui HIV, sifilide, gonorrea, clamidia e altre infezioni che pensavamo di poter contenere grazie ai progressi della medicina e della prevenzione. Purtroppo, i dati raccolti a livello internazionale e le osservazioni sul campo confermano una tendenza allarmante. In molte aree del mondo, ma anche in Europa e in Italia, stiamo assistendo a una crescita significativa dei nuovi casi di infezione, in particolare tra i giovani adulti e nelle fasce di popolazione più vulnerabili. Ciò che preoccupa maggiormente non è soltanto l'aumento dei numeri, ma il progressivo abbassamento della percezione del rischio. Le nuove generazioni sono cresciute in un contesto in cui l'HIV è spesso considerato una malattia "controllabile" grazie alle terapie moderne. Sebbene i progressi terapeutici abbiano salvato milioni di vite, questo non significa che il problema sia risolto. L'HIV continua a rappresentare una sfida sanitaria globale. La sifilide, che sembrava destinata a diventare una patologia rara, è tornata a diffondersi con forza. La gonorrea mostra inoltre una crescente resistenza agli antibiotici, rendendo alcuni trattamenti sempre più complessi. Questi fenomeni rappresentano una minaccia concreta per la salute pubblica. Come ONG medico/umanitaria impegnata quotidianamente nella prevenzione e nell'assistenza, osserviamo con preoccupazione una riduzione delle campagne informative, una minore attenzione mediatica e un generale disinteresse verso temi che invece dovrebbero essere al centro delle politiche di salute pubblica. La prevenzione resta l'arma più efficace. Educazione sessuale, utilizzo corretto del preservativo, accesso ai test diagnostici e controlli periodici sono strumenti fondamentali per interrompere la catena dei contagi. È inoltre necessario combattere lo stigma che ancora oggi circonda molte infezioni sessualmente trasmissibili e che spesso scoraggia le persone dal sottoporsi ai controlli. Come Operatori Sanitari nel Mondo chiediamo alle istituzioni, (SOPRATUTTO alla REGIONE CAMPANIA) al governatore Roberto Fico, un aiuto concreto e ai media e alla comunità scientifica di non abbassare la guardia. Ignorare il problema oggi significa pagare un prezzo molto più alto domani. Le malattie sessualmente trasmissibili non sono una questione del passato. Sono una realtà del presente che richiede attenzione, investimenti e responsabilità collettiva. Continueremo a lanciare questo allarme fino a quando la prevenzione non tornerà ad essere una priorità. La salute pubblica non può permettersi il silenzio. Articolo di Cristina Esposito Claudio Scatola Coordinatore Medico Operatori Sanitari nel Mondo (OSNM)

  • La situazione nella regione del Kivu e esplosiva. L’appello degli operatori sanitari e dei cooperanti : non lasciateci soli.

    La situazione nel Nord Kivu, la strategica regione della Repubblica Democratica del Congo, ha raggiunto un punto critico dopo l’omicidio del governatore Peter Cirimwami. Eppure gran parte del mondo continua a ignorare il conflitto, anzi i conflitti, che da anni insanguinano il parse e spegnendo le speranze che prima o poi l’orrore della guerra possa finire. Come ricorda Claudio Scatola, che con “Operatori sanitari nel mondo” opera da decenni in Congo, era solo questione di tempo prima che la situazione degenerasse. Il suo, e quello degli altri cooperanti nel paese, attivista per i diritti umani, è un appello accorato per una risposta internazionale immediata, la crisi umanitaria in corso è a un punto di non ritorno e richieda un’azione immediata. Da tempo, la popolazione del Kivu vive in un contesto di violenza e sofferenza. Si stimano oltre 15 milioni di vittime, e i campi profughi sono sovraffollati, privi di servizi essenziali. Le organizzazioni umanitarie e i volontari, che operano in condizioni estremamente difficili, necessitano di protezione per poter continuare il loro lavoro. Senza un intervento adeguato, le sofferenze della popolazione locale rischiano di intensificarsi ulteriormente. L’omicidio del governatore Cirimwami ha scosso la già fragile stabilità della regione. Le notizie in circolazione rimangono frammentarie e inconclusive, ma è chiaro che l’incertezza e la paura non dovrebbero deviare l’attenzione da una verità fondamentale: è imperativo salvare vite umane. La crisi non può restare nell’ombra, definita da Claudio Scatola coordinatore medico di OSNM un «genocidio silenzioso», che deve giungere al termine. «Le voci provenienti dalla comunità internazionale devono alzarsi in un coro unanime per garantire un’assistenza adeguata e tempestiva. Ogni giorno perso equivale a nuove sofferenze e vite spezzate. È urgente unire le forze, dalle istituzioni pubbliche alle singole persone che desiderano contribuire, affinché si attuino interventi concreti e significativi. Solo così sarà possibile porre fine a questa crisi e ridare speranza a una popolazione che ha già sopportato un peso insopportabile» la richiesta di Scatola a nome dei tanti operatori umanitari nel paese». Tra le zone più a rischio, Bukavu è senza dubbio la più esposta. Tanti i cooperanti internazionali che si preparano a rientrare per motivi di sicurezza, un segnale ancora più allarmante della precarietà della situazione. «Le infermiere e il personale di soccorso non devono essere lasciati soli, ma sostenuti e protetti affinché possano continuare ad assistere chi ne ha più bisogno. È fondamentale che il mondo si faccia sentire, che non venga sottovalutata la gravità della situazione nel Nord Kivu e che si lavori insieme per un futuro migliore in Congo» . «La dignità umana e il diritto alla vita devono», conclude Scatola rinnovando l’appello a tenere alta l’attenzione sul Congo.Prima che sia troppo tardi. articolo di Antonella Napoli: Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

  • Nel nord della Nigeria la violenza continua a colpire......

    Perché abbiamo deciso di alzare la nostra bandiera nel nord e sud della #Nigeria ? Nel nord della Nigeria la violenza continua a colpire duramente la #popolazione. Ogni giorno, #uomini, #donne e #bambini vengono uccisi o costretti a fuggire solo per la loro fede (cristiani) o per il desiderio di vivere liberi. Alla paura si aggiunge la #fame: la #malnutrizione cresce senza sosta, soprattutto tra i più piccoli e le #famiglie più vulnerabili. Anche se i numeri restano incerti, la sofferenza di queste comunità è reale e profonda. Si stima che oltre 90.000 persone abbiano perso la vita a causa di crimini commessi da gruppi armati, #malattie e #denutrizione. Tra le principali emergenze #sanitarie ci sono il #colera, l’#HIV e una malattia terribile che colpisce i bambini più poveri: il #NOMA un’infezione devastante che distrugge i tessuti del viso e lascia segni profondi nel corpo e nell’anima. È proprio per questo che Operatori Sanitari nel Mondo ha scelto di essere presente anche qui: per portare #cure, #cido #speranza e una nuova cultura di solidarietà, accanto a chi vive nell’ombra della paura ma non smette di credere nella vita. Aiutaci a salvare vite/Aiutaci a curare Dona ora www.osnm.it

  • L'obiettivo è raccontare il legame tra povertà, migrazione e alimentazione a Castel Volturno

    Intervista al Dott. Ciro D'Orta Quali sono i principali problemi alimentari che riscontra tra le persone e le famiglie che si rivolgono al vostro ambulatorio? La maggior parte dei problemi che si riscontrano sono legati a cattive abitudini causate soprattutto dall'utilizzo di cibi industriali che inducono dipendenza e causano patologie acute come stipsi e dolori addominali, e patologie croniche come ipertensione e diabete Quanto influisce la povertà economica sulla qualità dell'alimentazione delle famiglie che seguite? In parte influisce soprattutto per quelle persone anziane che ,a causa di problemi di salute non sono più in grado di svolgere lavori usuranti, e quindi hanno problemi economici e sono costrette a mangiare cibi offerti dalle mense, senza poter seguire un regime alimentare corretto. Quali rinunce alimentari fanno più spesso le famiglie quando il reddito non è sufficiente? Sopratutto cibi sani e costosi come ad esempio il pesce che è ricco di acidi grassi essenziali oppure la carne che è ricca di proteine nobili. Sono invece più frequenti l'uso di cibi fritti nell'olio di palma che ha alla base delle ricette dei paesi africani. Capita che alcune persone saltino i pasti o mangino meno del necessario per motivi economici? Sì, questo avviene soprattutto nelle famiglie molto numerose che hanno difficoltà a raggiungere un budget economico tale da poter soddisfare tutti i bisogni alimentari. Quali conseguenze sulla salute può avere un'alimentazione insufficiente o poco equilibrata nel lungo periodo? Tra i bambini e gli adolescenti quali problemi nutrizionali osservate più frequentemente? Le famiglie migranti incontrano difficoltà particolari nell'accesso a cibo sano e nutriente? Quali sono le principali? Una delle difficoltà principali che incontrano quando vengono in italia è soprattutto l'approccio con la nostra cultura culinaria e con i nostri cibi. Quando un extracomunitario vede i nostri cibi per la prima volta non sa come cucinarli, ma soprattutto quello che è importante in una dieta è l'associazione dei pasti. Molte volte l'organizzazione è importante a minimizzare gli effetti tossici che si possono verificare e che spesso vengono sottovalutati . Nei bambini e negli adolescenti invece,cresce il consumo di prodotti industriali come le merendine,whustel, e altri cibi confezionati e processati che contengono una elevata concentrazione di acidi grassi saturi. Anche l'uso di cibi contenenti fosforo sono molto frequenti e, se assunte a lunghi periodi ,possono anticipare problemi di osteoporosi in età avanzata Quanto incidono il lavoro precario, la disoccupazione o le condizioni abitative difficili sulle abitudini alimentari delle persone? Molto, soprattutto per quelle persone che lavorano in modo usurante e che non hanno la possibilità di cucinare e problemi ad acquistare cibo sano. In questi casi ci si fa sempre più uso di prodotti industriali come insaccati, panini bibite gassate che col tempo possono causare danni cronici, soprattutto a carico dell'apparato cardiocircolatorio Come riuscite a individuare e raggiungere le persone che hanno maggior bisogno di assistenza nutrizionale? Nella maggior parte dei casi sono loro che contattano noi soprattutto quando riscontrano un assenteismo e superficialità da parte di organi come strutture pubbliche Quali richieste o bisogni emergono più spesso durante le visite in ambulatorio? Obesità. Spesso quando si parla di malnutrizione la prima cosa che ci viene in mente è la denutrizione, ma in realtà la malnutrizione si verifica quando l'introido energetico può essere sia inferiore che superiore al fabbisogno energetico come in questo caso avviene nell'obesità. Questo porta l'individuo numerosi scompensi soprattutto a carico del sistema cardio circolatorio come ad esempio l'ipertensione,aterosclerosi, ma anche ad altre patologia croniche come il diabete perché è causato soprattutto dall'uso frequente dei prodotti della glicosilazione avanzata, un processo chimico che avviene durante la frittura. Inoltre quando il tessuto adiposo ,quando diventa ipertrofico si comporta come un vero organo che rilascia sostanze pro infiammatorie,come le adipochine e ciò accelera i processi infiammatori, soprattutto a livello delle articolazioni. Esistono servizi o progetti che aiutano concretamente le famiglie a contrastare la povertà alimentare? Sì, in realtà con l'utilizzo delle tecniche di ingegneria genetica è possibile "creare "cibi che sono biofortificati, ma l'impegno maggiore deve essere svolto soprattutto dal paziente che deve avere il compito di informarsi riguardo i cibi che assume Grazie ad Operatori sanitari nel Mondo,da cinque anni aiutiamo circa 500 famiglie bisognose che hanno difficoltà anche ad acquistare cibi piu economici, distribuendo mensilmente pacchi con aiuti alimentari scelti in base a criteri salutari Che cosa servirebbe oggi a Castel Volturno per migliorare la situazione alimentare delle famiglie più fragili? Occorrerebbe non solo un supporto economico da parte delle istituzioni che l'unica cosa che riescono a fare e (parlare) ma soprattutto una educazione culturale in quanto bisogna far capire alla persona quanto sia importante seguire un regime alimentare corretto. Purtroppo negli ultimi anni non si vuole investire in istruzione a causa del potere economico, e ciò rappresenta uno svantaggio da parte delle persone non istruite Negli ultimi anni avete notato un aumento delle persone che chiedono aiuto per difficoltà legate all'alimentazione? Sì,soprattutto da parte di quelle persone che vengono trascurate dai medici. Molte volte ad esempio, vengono pazienti lamentando che soffrono di ipertenzione nonostante i numerosi farmaci che vengono prescritti, questo accade perché tra le numerose cause dell'ipertenzione vi sono abitudini alimentari errate. Lo si capisce perchè non appena seguono un regime di una sana e corretta alimentazione,iniziano a perdere liquidi e si riduce anche la massa grassa,di conseguenza la pressione si abbassa. Questo accade anche in situazioni di iperglicemia. Quando si manifestano episodi di iperglicemia si pensa subito al diabete e vengono prescritti farmaci per tale malattia, ma in realtà una delle cause può essere legata al consumo eccessivo di alcol o cibi che inducono un aumento di glucosio ematico. La comunità africana, ad esempio fa molto uso di platano fritte che contiene un'elevata quantità di amido che causa un aumento della concentrazione ematica di glucosio. Pertanto con una dieta che ne limita l'uso di banana, è possibile di conseguenza ridurre anche l'utilizzo di farmaci che regolano la glicemia. Qual è il messaggio che vorrebbe lanciare alle istituzioni riguardo alla povertà alimentare sul territorio? C'è una storia o un'esperienza che racconta bene le difficoltà che molte famiglie vivono ogni giorno? Ascolto spesso le loro storie e le patologie con le quali queste persone sono costrette a conviverci. Nella zona dei Castel Volturno una delle più frequenti patologie che ritroviamo, che spesso viene dimenticata, è l'HIV. Questa malattia è molto frequente soprattutto nelle prostitute e viene trasmessa anche i loro figli causando numerosi scompensi spesso irrisolvibili.

  • Castel Volturno non può diventare un luogo di detenzione per chi fugge dalla disperazione. Intervista Emanuele Petrella e Claudio Scatola

    Durante una recente riunione dedicata al progetto del nuovo CPR previsto a Castel Volturno, la visione delle planimetrie ha lasciato sgomenti. Quella che viene presentata come una struttura di “accoglienza” appare, nei fatti, come un vero e proprio carcere: recinzioni, aree blindate, spazi di controllo e detenzione. Un’opera dal costo enorme, circa 43 milioni di euro, che solleva interrogativi profondi non solo sul piano economico, ma soprattutto umano e sociale. I CPR, Centri di Permanenza per il Rimpatrio, sono strutture nelle quali vengono rinchiuse persone che non hanno commesso reati. Uomini, donne e spesso famiglie che arrivano da guerre, fame, persecuzioni, povertà estrema e condizioni di vita impossibili. Persone che non scelgono di lasciare la propria terra per capriccio o convenienza, ma perché costrette dalla necessità di sopravvivere. Chi lascerebbe volontariamente la propria casa, i propri affetti, la propria cultura, la propria famiglia? Nessuno affronta viaggi drammatici, violenze, mare, sfruttamento e paura se non spinto dalla disperazione. L’immigrazione non è un gioco, non è una moda, non è una scelta semplice: è spesso l’ultima possibilità di vita. Ed è per questo che l’idea di costruire un centro di detenzione a Castel Volturno viene considerata inaccettabile da chi ogni giorno lavora sul territorio a contatto con le persone migranti e con le loro sofferenze. Emanuele Petrella, psicologo presso l’ambulatorio sociale di Operatori Sanitari nel Mondo (OSNM) a Castel Volturno e attualmente presidente di APE06, esprime una posizione di totale contrarietà alla realizzazione del CPR. Da anni impegnato nella tutela dei diritti dei migranti, Petrella conosce da vicino le storie, i traumi e le difficoltà di chi arriva sul territorio dopo percorsi segnati dalla sofferenza. Accanto a lui anche Claudio Scatola, coordinatore medico di Operatori Sanitari nel Mondo, da anni impegnato in missioni sanitarie in Africa e in numerosi contesti di emergenza umanitaria. A Castel Volturno, OSNM porta avanti un ambulatorio sociale che ogni mese assiste centinaia di famiglie attraverso visite mediche, supporto alimentare e percorsi di cura nei settori della ginecologia, pediatria, nutrizione e assistenza sanitaria di base. Chi opera quotidianamente accanto ai migranti vede persone fragili, famiglie vulnerabili, bambini, donne sole, uomini segnati da guerre e torture. Per questo motivo appare incomprensibile la scelta di investire milioni di euro nella costruzione di nuove strutture detentive invece che in integrazione, assistenza sanitaria, inclusione sociale, istruzione e politiche umane di accoglienza. La preoccupazione è forte e la contrarietà è netta: Castel Volturno non può diventare simbolo di esclusione e repressione. Chi vive e lavora sul territorio annuncia sin da ora il proprio impegno civile e sociale affinché questo centro non venga aperto. Difendere la dignità umana significa non accettare che persone già segnate dalla sofferenza vengano ulteriormente private della libertà e dei diritti fondamentali. Loro dicono di NO ai CPR!!

  • Congo orientale: Ebola, epidemie e malnutrizione infantile. Un’emergenza che non può essere ignorata

    Nel cuore della regione del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, si sta consumando una delle crisi umanitarie e sanitarie più gravi degli ultimi anni. L’emergenza Ebola continua a colpire duramente la popolazione: siamo ormai vicini a mille casi registrati e oltre 200 persone hanno perso la vita. Numeri che raccontano una tragedia quotidiana fatta di paura, isolamento e strutture sanitarie sotto pressione. Ma Ebola non è l’unica minaccia. Mentre l’attenzione internazionale si concentra su questa epidemia, altre malattie continuano a diffondersi in silenzio: mpox, malaria, morbillo e infezioni prevenibili stanno mettendo in ginocchio intere comunità già devastate da anni di conflitti armati e sfollamenti continui. E poi c’è il killer più silenzioso di tutti: la malnutrizione infantile. Nel Kivu abbiamo raggiunto livelli drammatici: quasi l’87% dei bambini vive condizioni di malnutrizione. Bambini troppo deboli per combattere le malattie, famiglie senza accesso a cure mediche, acqua potabile o alimentazione adeguata. Una generazione intera rischia di crescere senza le condizioni minime per sopravvivere. Nonostante tutto questo, noi non ci fermiamo. Noi continuano a lavorare ogni giorno tra epidemie, violenze, gruppi armati e crisi umanitarie. Continuiamo a portare cure mediche, assistenza nutrizionale, e supporto alle comunità più vulnerabili, anche nelle aree più difficili da raggiungere. Ma da soli non possiamo farcela. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. Ogni sostegno può fare la differenza: una cura, un vaccino, un pasto terapeutico, una possibilità di sopravvivenza per migliaia di bambini e famiglie. Il Congo non può essere dimenticato. E noi continueremo a esserci. Sempre. Aiutaci a continuare dona ora .... www.osnm.it

  • Ebola nella Repubblica Democratica del Congo orientale, soprattutto nelle province di Ituri e Nord Kivu.

    Molti abitanti spiegano che oltre al virus devono affrontare anche la disinformazione: alcune persone non credono nemmeno che l’Ebola esista e ignorano le misure di sicurezza. Attualmente, sono stati identificati circa 900 casi con almeno 200 morti collegati all’epidemia. Il virus, inizialmente diffuso in zone rurali, è arrivato anche nelle città di Bunia e Goma. Cinque casi confermati anche nella vicina Uganda. La situazione è peggiorata da tensioni sociali e violenze: parenti di una vittima hanno cercato di portare via il corpo dall’ospedale e dei manifestanti hanno incendiato parte di un centro di cura. Le autorità hanno quindi vietato grandi assembramenti e veglie funebri, perché i funerali tradizionali possono diffondere rapidamente il virus. Gli operatori sanitari spiegano che la risposta è molto difficile a causa della povertà, dei conflitti armati, degli sfollati e della mancanza di risorse mediche. Inoltre, il ceppo attuale del virus non ha ancora un vaccino o una cura approvati. OSNM temono anche che la popolazione smetta di andare negli ospedali per paura del contagio, aumentando così i rischi di morte per altre malattie come malaria e morbillo. Insistiamo sulla prevenzione: evitare contatti fisici inutili, non toccare persone malate o animali morti e seguire le norme igieniche per fermare la diffusione dell’Ebola.

  • Intervista a Claudio Scatola, coordinatore medico di Operatori Sanitari nel Mondo, sull’emergenza Ebola in Congo

    Secondo lei, quanto è grave la situazione attuale in Congo? La situazione è molto seria. L’Ebola continua a rappresentare una delle emergenze sanitarie più difficili da gestire in Africa centrale, soprattutto nelle aree dove il sistema sanitario è fragile. In queste settimane stiamo assistendo a un aumento dei casi sospetti e confermati, con grandi difficoltà nel contenimento dell’epidemia. Qual è la principale preoccupazione per gli operatori sanitari sul campo? La rapidità del contagio nelle comunità più isolate. Molti villaggi hanno accesso limitato alle cure mediche e questo rende complicato individuare i casi in tempo. Inoltre, il personale sanitario lavora spesso in condizioni estremamente difficili, con carenza di strutture, farmaci e dispositivi di protezione. Lei lavora da tanti anni in Africa. Cos’è la cosa che le fa più paura, a parte guerre, gruppi armati e situazioni di instabilità? Proprio questa: l’Ebola. È l’unica cosa che ancora oggi mi fa davvero paura. Perché è un nemico invisibile, imprevedibile, che colpisce velocemente e mette a rischio non solo i pazienti ma anche chi cerca di salvarli. Quando lavori ogni giorno accanto alle persone contagiate, capisci quanto questa malattia possa essere devastante sul piano umano e sanitario. L’Ebola fa ancora paura come durante le grandi epidemie del passato? Assolutamente sì. È una malattia con un alto tasso di mortalità e richiede interventi immediati. Oggi abbiamo più esperienza rispetto al passato, ma ogni focolaio è diverso. In Congo il problema è aggravato anche dall’instabilità politica e dalle difficoltà logistiche. Esiste il rischio che il virus arrivi in Europa? Al momento il rischio per l’Europa resta bassissimo . I sistemi di sorveglianza internazionale funzionano e i controlli sanitari sono molto più avanzati rispetto al passato. Tuttavia, è fondamentale monitorare costantemente la situazione e sostenere i Paesi colpiti prima che l’epidemia possa espandersi ulteriormente. Qual è il lavoro concreto di Operatori Sanitari nel Mondo in Congo? La nostra organizzazione supporta il personale locale, fornisce assistenza medica, formazione sanitaria e attività di prevenzione nelle comunità più vulnerabili. Una parte fondamentale del lavoro è anche sensibilizzare la popolazione sui comportamenti da adottare per limitare il contagio. Inoltre, i nostri operatori sanitari presenti in Italia stanno inviando il maggior quantitativo possibile di materiale medico e dispositivi di protezione per aiutare ad affrontare questa emergenza. È uno sforzo continuo di collaborazione e solidarietà internazionale che coinvolge tutto il nostro personale. Cosa serve oggi per fermare davvero questa epidemia? Servono risorse, cooperazione internazionale e continuità negli aiuti. Le epidemie non si fermano solo con i farmaci: servono fiducia nelle istituzioni, informazione corretta e presenza costante sul territorio. È una battaglia sanitaria ma anche sociale e umana. Cosa pensa quando sente parlare dell’Ebola da parte di medici italiani che non hanno mai lavorato direttamente in queste aree? Credo che molti possano parlare basandosi su ciò che hanno studiato o letto nei libri, ed è importante anche quello. Ma conoscere davvero l’Ebola è un’altra cosa. Bisogna vivere il campo, stare accanto ai pazienti giorno e notte, vedere la sofferenza, affrontare la paura e lavorare nelle condizioni reali in cui questa malattia colpisce. Solo così si comprende fino in fondo cosa significhi combattere un’epidemia come questa. A mio modesto parere, una delle poche persone davvero in grado di spiegare cosa sia realmente l’Ebola è il dottor Roberto Scaini, una figura che ho sempre stimato e apprezzato profondamente per la sua esperienza e il lavoro svolto sul campo. Che messaggio vuole lanciare alla comunità internazionale? Non dobbiamo aspettare che un’emergenza diventi globale per intervenire. Aiutare il Congo oggi significa proteggere milioni di persone e rafforzare la sicurezza sanitaria internazionale. La salute non ha confini.

  • Ebola in Ituri e Nord Kivu: situazione sempre più grave, cresce la preoccupazione anche a Goma

    Le ultime notizie provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo destano forte preoccupazione: almeno 118 persone sono morte su 435 casi sospetti di malattia da virus Ebola registrati nelle province di Ituri e Nord Kivu negli ultimi giorni. Una situazione sanitaria che continua ad aggravarsi e che richiede massima attenzione da parte delle autorità locali e della comunità internazionale. Purtroppo il virus Ebola è entrato anche nella città di Goma, centro strategico e densamente popolato, aumentando il rischio di diffusione dell’epidemia in tutta la regione. Secondo il mio modesto parere, il sistema di sorveglianza sanitaria non ha dato i risultati sperati e sta mostrando importanti difficoltà nel contenimento dell’emergenza. "È necessario rafforzare immediatamente il monitoraggio epidemiologico, l’isolamento dei casi sospetti, la tracciabilità dei contatti e il supporto alle strutture sanitarie presenti sul territorio. È fondamentale inoltre che i funerali delle vittime vengano gestiti esclusivamente da personale competente e specializzato, sotto stretto controllo sanitario, evitando i tradizionali rituali funebri che purtroppo possono favorire ulteriormente la diffusione del virus. Ebola, infatti, può continuare a essere contagioso anche dopo la morte della persona infetta, rappresentando un grave rischio per familiari e comunità." Parlo da operatore impegnato direttamente in queste aree da circa sei anni, vivendo quotidianamente le difficoltà delle popolazioni locali e degli operatori sanitari che lavorano senza sosta in condizioni estremamente complicate. Serve un intervento rapido, concreto e coordinato per evitare che la situazione possa ulteriormente degenerare. Claudio Scatola coordinatore medico OSNM

  • Nuova emergenza Ebola in Ituri: il Congo torna a tremare

    Mentre il mondo guarda altrove, nella provincia dell’Ituri, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, è stata confermata una nuova epidemia di Ebola. Attualmente i casi sospetti sono già centinaia e decine di persone hanno perso la vita. (Circa 250 positivi con piu' di 60 morti) Le aree più colpite sono Mongwalu, Rwampara e alcune zone vicine a Bunia, territori fragili, difficili da raggiungere e già devastati da conflitti, povertà e mancanza di strutture sanitarie adeguate. Per chi vive qui, Ebola non è solo una malattia. È paura. È isolamento. È famiglie distrutte. È bambini che restano soli. È operatori sanitari costretti a lavorare senza mezzi sufficienti. E mentre l’attenzione internazionale spesso arriva tardi, sul territorio le persone continuano a lottare ogni giorno per sopravvivere. Negli ultimi giorni i costi di tutto sono aumentati drasticamente: il cibo terapeutico è sempre più difficile da reperire, molti prodotti vengono acquistati al mercato nero, i trasporti sono diventati costosissimi, e raggiungere i villaggi significa affrontare rischi enormi. Solo per muoverci con una jeep servono circa 40 euro al giorno, senza contare carburante medicinali, alimenti terapeutici e materiali sanitari. Chi lavora sul campo sa bene cosa significa: ogni intervento costa fatica, tempo e risorse. Ma fermarsi oggi significherebbe lasciare sole migliaia di persone. Per questo continuiamo ad andare avanti. Abbiamo bisogno di sostegno, attenzione e vicinanza. Non solo per affrontare l’emergenza di oggi, ma per costruire qualcosa di più stabile anche per il futuro delle organizzazioni che operano sul territorio. Perché aiutare non significa solo intervenire quando scoppia una crisi. Significa creare strumenti che permettano di continuare a esserci anche domani. L’Africa non può essere ricordata solo durante le emergenze. Ebola è tornata. E questa volta non possiamo permetterci di ignorarlo

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