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Castel Volturno non può diventare un luogo di detenzione per chi fugge dalla disperazione. Intervista Emanuele Petrella e Claudio Scatola

  • 28 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

Durante una recente riunione dedicata al progetto del nuovo CPR previsto a

Castel Volturno, la visione delle planimetrie ha lasciato sgomenti. Quella che viene presentata come una struttura di “accoglienza” appare, nei fatti, come un vero e proprio carcere: recinzioni, aree blindate, spazi di controllo e detenzione. Un’opera dal costo enorme, circa 43 milioni di euro, che solleva interrogativi profondi non solo sul piano economico, ma soprattutto umano e sociale.

I CPR, Centri di Permanenza per il Rimpatrio, sono strutture nelle quali vengono rinchiuse persone che non hanno commesso reati. Uomini, donne e spesso famiglie che arrivano da guerre, fame, persecuzioni, povertà estrema e condizioni di vita impossibili. Persone che non scelgono di lasciare la propria terra per capriccio o convenienza, ma perché costrette dalla necessità di sopravvivere.

Chi lascerebbe volontariamente la propria casa, i propri affetti, la propria cultura, la propria famiglia? Nessuno affronta viaggi drammatici, violenze, mare, sfruttamento e paura se non spinto dalla disperazione. L’immigrazione non è un gioco, non è una moda, non è una scelta semplice: è spesso l’ultima possibilità di vita.

Ed è per questo che l’idea di costruire un centro di detenzione a Castel Volturno viene considerata inaccettabile da chi ogni giorno lavora sul territorio a contatto con le persone migranti e con le loro sofferenze.

Emanuele Petrella, psicologo presso l’ambulatorio sociale di Operatori Sanitari nel Mondo (OSNM) a Castel Volturno e attualmente presidente di APE06, esprime una posizione di totale contrarietà alla realizzazione del CPR. Da anni impegnato nella tutela dei diritti dei migranti, Petrella conosce da vicino le storie, i traumi e le difficoltà di chi arriva sul territorio dopo percorsi segnati dalla sofferenza.

Accanto a lui anche Claudio Scatola, coordinatore medico di Operatori Sanitari nel Mondo, da anni impegnato in missioni sanitarie in Africa e in numerosi contesti di emergenza umanitaria. A Castel Volturno, OSNM porta avanti un ambulatorio sociale che ogni mese assiste centinaia di famiglie attraverso visite mediche, supporto alimentare e percorsi di cura nei settori della ginecologia, pediatria, nutrizione e assistenza sanitaria di base.

Chi opera quotidianamente accanto ai migranti vede persone fragili, famiglie vulnerabili, bambini, donne sole, uomini segnati da guerre e torture. Per questo motivo appare incomprensibile la scelta di investire milioni di euro nella costruzione di nuove strutture detentive invece che in integrazione, assistenza sanitaria, inclusione sociale, istruzione e politiche umane di accoglienza.

La preoccupazione è forte e la contrarietà è netta: Castel Volturno non può diventare simbolo di esclusione e repressione. Chi vive e lavora sul territorio annuncia sin da ora il proprio impegno civile e sociale affinché questo centro non venga aperto.

Difendere la dignità umana significa non accettare che persone già segnate dalla sofferenza vengano ulteriormente private della libertà e dei diritti fondamentali.

Loro dicono di NO ai CPR!!


 
 
 

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