Uccisa mentre curava i malati di Ebola: chi salva vite umane deve essere protetto
Repubblica Democratica del #Congo. Ancora una volta, un’operatrice sanitaria perde la vita mentre svolge il proprio dovere. La comunità internazionale non può più restare a guardare.
Ci sono persone che, anche nelle situazioni più difficili, scelgono di stare accanto a chi soffre. Persone che curano, assistono, rassicurano e continuano a lavorare anche quando la paura e il pericolo fanno parte della loro quotidianità.
La nostra collega era una di loro.
È stata uccisa mentre era impegnata nella cura dei malati di #Ebola nella Repubblica Democratica del #Congo. Una donna che aveva scelto di dedicare il proprio lavoro alla protezione della vita umana e che ha perso la vita mentre cercava di aiutare gli altri.
Di fronte a una tragedia simile, le parole non bastano. Il dolore è profondo, ma altrettanto forte deve essere la nostra determinazione a chiedere un cambiamento.
Non possiamo accettare che chi cura diventi un bersaglio
Gli operatori sanitari impegnati nella risposta alle #epidemie lavorano spesso in condizioni estremamente difficili. Affrontano rischi biologici, carenze di risorse, paura e disinformazione. Eppure continuano a essere presenti, accanto ai malati e alle comunità più vulnerabili.
Non possono essere lasciati soli.
Nessun infermiere, nessuna infermiera, nessun medico e nessun operatore umanitario dovrebbe temere per la propria vita mentre svolge una missione di cura.
Quando un operatore sanitario viene ucciso, non perdiamo soltanto una persona preziosa. Viene colpita anche la capacità di un’intera comunità di affrontare un’emergenza sanitaria. La paura può allontanare chi presta assistenza, interrompere le cure e lasciare ancora più sole le persone che hanno bisogno di aiuto.
La comunità internazionale deve assumersi le proprie responsabilità
Non è più sufficiente esprimere cordoglio dopo ogni nuova tragedia. Occorre agire prima che altre vite vengano spezzate.
"Chiediamo alle autorità della Repubblica Democratica del Congo, alle Nazioni Unite, all’Organizzazione Mondiale della Sanità e a tutti gli attori internazionali coinvolti nella risposta umanitaria di rafforzare concretamente la protezione del personale sanitario, sostenere le comunità locali e contrastare la disinformazione che alimenta paura e violenza."
(Claudio Scatola Coordinatore Medico OSNM)
Servono misure di sicurezza adeguate, indagini sulle aggressioni e un impegno costante per garantire che medici, infermieri e operatori umanitari possano svolgere il proprio lavoro senza essere esposti a minacce e attacchi.
Proteggere chi cura non è un gesto di generosità. È una responsabilità collettiva e un dovere verso ogni essere umano.
La sua morte non può essere dimenticata
Oggi il nostro pensiero va alla nostra #collega, alla sua #famiglia, ai suoi cari e a tutte le persone che hanno condiviso con lei il lavoro e l'impegno al servizio degli altri.
Il suo ricordo ci richiama al valore di ogni persona che sceglie di mettersi al servizio della vita, anche nei luoghi in cui operare significa affrontare rischi enormi.
Non vogliamo che la sua morte diventi soltanto un’altra notizia destinata a scomparire. Vogliamo che sia ascoltata come un appello urgente, affinché la protezione degli operatori sanitari diventi una priorità concreta della comunità internazionale.
Chi cura non deve morire per aver curato. Chi salva vite deve poter contare sulla protezione di tutti.
Per lei. Per i suoi colleghi. Per tutti coloro che continuano a lottare contro Ebola e contro ogni emergenza sanitaria, spesso lontano dai riflettori.
La comunità internazionale deve agire adesso. Non domani, non dopo un’altra vittima.
Perché ogni vita conta. Anche quella di chi dedica la propria a salvare le vite degli altri.





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