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CONFERENZA STAMPA — INTERVISTA A CLAUDIO SCATOLA Coordinatore medico di Operatori Sanitari nel Mondo

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo


Perché parla di una situazione scandalosa?


CLAUDIO SCATOLA:

Perché lo è. Quando migliaia di persone muoiono durante un'epidemia e la risposta internazionale non è proporzionata alla gravità della situazione, non possiamo limitarci a dire che "stiamo facendo il possibile".


Non è abbastanza.


Ci sono operatori sanitari che stanno lavorando sul terreno mettendo a rischio la propria vita. Ci sono famiglie che stanno perdendo i propri cari. E intanto il mondo continua a discutere.


Io credo che sia arrivato il momento di smettere di discutere e cominciare ad agire.




Lei sta accusando direttamente la comunità internazionale di non fare abbastanza?



Sì. Lo dico senza mezzi termini.


Le organizzazioni umanitarie stanno facendo un lavoro enorme, ma le ONG non possono sostituirsi agli Stati.


Non possiamo pretendere che siano sempre gli stessi medici, gli stessi infermieri e gli stessi volontari a sopportare il peso di una crisi di questa dimensione.


La comunità internazionale dispone delle risorse economiche, scientifiche e logistiche per intervenire molto più massicciamente.


La domanda è: perché non lo sta facendo?




Alcuni governi potrebbero rispondere che stanno già finanziando la risposta.



E io rispondo che evidentemente non è sufficiente.


Se quello che stiamo facendo fosse sufficiente, non avremmo questa situazione.


Non mi interessano le conferenze stampa in cui si annunciano milioni di dollari. Mi interessa sapere quanti medici arrivano sul terreno, quanti laboratori vengono messi a disposizione, quante strutture vengono aperte, quanti pazienti vengono assistiti e quanti operatori sanitari vengono protetti.


Le emergenze sanitarie non si combattono con i comunicati stampa.


Si combattono con persone e risorse.


Quanto è grave realmente questa epidemia?


È estremamente grave.


Stiamo parlando di migliaia di casi e di migliaia di morti. E non dobbiamo commettere l'errore di considerare soltanto il numero ufficiale dei casi come se rappresentasse automaticamente tutta la realtà.


In un'epidemia, soprattutto in aree dove l'accesso alle strutture sanitarie è difficile, ogni ritardo nella diagnosi e nell'isolamento può significare ulteriori trasmissioni.


Il tempo è un fattore decisivo.


Ogni giorno perso può costare vite.


C'è un vaccino?



Qui dobbiamo essere estremamente precisi.


Questa epidemia è causata dal virus Ebola Bundibugyo, che è diverso dal virus Zaire.


Esiste un vaccino, Ervebo, utilizzato per proteggere gli operatori sanitari e le persone a rischio, ma non possiamo presentarlo come una soluzione già dimostrata contro questo specifico virus.


La ricerca deve accelerare.


E deve accelerare adesso.


Perché mentre noi aspettiamo i risultati degli studi, il virus non aspetta.


Sta dicendo che la ricerca scientifica è troppo lenta?



Sto dicendo che durante un'emergenza dobbiamo trovare il modo di accelerare tutto ciò che può essere accelerato senza sacrificare la sicurezza e il rigore scientifico.


Non possiamo saltare le regole.


Ma non possiamo nemmeno usare la burocrazia come alibi per arrivare sempre dopo l'emergenza.


Servono investimenti enormi nella ricerca sui vaccini, sulle terapie e sulla diagnostica.


La ricerca sulle malattie che colpiscono i Paesi più poveri non può diventare una priorità soltanto quando il rischio arriva alle porte dell'Occidente.


È una critica anche ai Paesi occidentali?



Certamente.


E lo dico senza accusare un singolo Paese.


Parlo di un sistema internazionale nel suo complesso.


Quando una crisi sanitaria colpisce una popolazione povera e lontana dai nostri confini, troppo spesso l'attenzione internazionale è inferiore rispetto a quella che avremmo se la stessa crisi si verificasse in Europa o in Nord America.


Questo non è accettabile.


La vita di una persona in Congo non vale meno della vita di una persona a Milano, Parigi, Londra o New York.


Lei sta usando parole molto forti. Parla addirittura di "vergogna".



Sì.


E continuerò a usarle.


Perché a volte le parole devono essere forti quanto la realtà.


È una vergogna lasciare soli gli operatori sanitari davanti a una tragedia di queste proporzioni.


È una vergogna che il mondo si abitui ai numeri.


2.000 morti.


2.500 morti.


2.700 morti.


Non sono numeri.


Sono persone.




Ma cosa dovrebbe fare concretamente la comunità internazionale?



Cinque cose, immediatamente.


Primo: finanziare massicciamente la risposta sul terreno.


Secondo: proteggere gli operatori sanitari, con equipaggiamento, formazione e assistenza adeguati.


Terzo: potenziare diagnosi, laboratori, sorveglianza epidemiologica e tracciamento dei contatti.


Quarto: accelerare la ricerca su vaccini e trattamenti specifici per Ebola Bundibugyo.


Quinto: coinvolgere realmente le comunità locali.


Perché nessuna epidemia si vince soltanto dall'esterno. Si vince insieme alle persone che vivono nei territori colpiti.


Lei teme che l'epidemia possa uscire dal Congo?



Il rischio di diffusione va preso molto seriamente, ma non dobbiamo creare panico.


La risposta corretta non è chiudere gli occhi né seminare paura.


La risposta corretta è contenere l'epidemia dove si trova, rafforzare la sorveglianza e intervenire rapidamente.


E proprio per questo dobbiamo agire adesso.


Prevenire è infinitamente più intelligente che aspettare una crisi internazionale per poi correre ai ripari.


Qual è la sua più grande paura?



Che ci si abitui.


Che domani sentiremo dire "quasi tremila morti" e dopodomani "tremila morti", e che questi numeri diventino una statistica.


La mia paura è che il mondo continui a guardare finché l'emergenza non diventerà abbastanza grande da interessare tutti.


Ma per le famiglie congolesi l'emergenza è già enorme.


Se avesse davanti i leader della comunità internazionale, cosa direbbe loro?



Direi una cosa molto semplice.


Non aspettate un'altra vittima per capire che dobbiamo intervenire.


Non aspettate che muoiano altri operatori sanitari.


Non aspettate che il virus raggiunga un altro Paese.


Non aspettate che diventi una crisi geopolitica.


È già una crisi umanitaria.


E ogni giorno di ritardo ha un costo umano.




Quindi qual è il suo messaggio finale?



Il mio messaggio è rivolto a tutti: governi, istituzioni internazionali, grandi donatori, organizzazioni umanitarie e comunità scientifica.


Non lasciate solo il Congo.


Non lasciate soli i medici.


Non lasciate soli gli infermieri.


Non lasciate sole le famiglie.


E soprattutto, non permettete che la povertà di un Paese determini il valore della vita delle persone che vi abitano.


Perché se davanti a migliaia di morti la nostra risposta è ancora "faremo di più", allora dobbiamo avere il coraggio di chiederci:


quanto deve diventare grande una tragedia prima che il mondo decida finalmente di intervenire?


Io credo che sia già abbastanza.


È già troppo.


E quindi lo ripeto:


la comunità internazionale si muova.

Si muova adesso.

Approfitto per salutare una delle mie infermiere preferite.. un' abbraccio forte a Bianca


 
 
 

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